La gioia del vagare senza meta

Questa è l’arte di andare a passeggio per la città, tecnica di esercizio dello sguardo e del proprio sentire, atteggiamento dello spirito in relazione all’ambiente esterno.

Letto tutto d’uno fiato il saggio di Roberto Carvelli “La gioia di vagare senza meta” (Edicicloeditore, 92pp, 9,50 euro). Ogni pagina accompagna il lettore attraverso i sentieri della flanerie come se si stesse passeggiando con il naso all’insù tra le strade e i vicoli di una città. Lo sguardo vaga tra un balcone e un viale alberato, una cattedrale e una casa d’epoca, un palazzo di edilizia popolare e una via trafficata. Così procedono i pensieri sulla flanerie e sul camminare in questo libro. Memorie passate della storia personale dell’autore si mischiano a citazioni di grandi pensatori dell’800 come Rousseau, Balzac, Hessel. Riflessioni sul potere liberatorio e sovversivo del camminare tracciano i contorni del concetto di flanerie e lo contestualizzano nel presente come occasione e possibilità a portata di chiunque. E’ sufficiente svegliarsi al mattino, mettere un piede giù dal letto, prepararsi e uscire per camminare. In qualsiasi luogo ci si trovi…. o quasi.

Ma per flanerie non si intende solo l’azione fisica del camminare in città:

C’è’ qualcosa in più che fa la differenza con il semplice passeggiare svagato: lo sguardo, l’atteggiamento dello spirito, il lasciarsi andare allo stupore e il farsi guidare dal caso. Significa perdersi e vagabondare senza meta per aprirsi alla sorpresa e alla meraviglia dell’incontro con il mondo esterno. La flanerie è un atto inutile, non necessario e senza scopo. Atto inutile ma indispensabile per lasciare spazio ad altro.

Per Wikipedia la parola flaneur, “Indica il gentiluomo che vaga per le vie cittadine, provando emozioni nell’osservare il paesaggio”. All’interno della solitudine della folla, si distacca per farsi osservatore, poeta e cronista della vita cittadina. Questa è l’arte di andare a passeggio per la città, tecnica di esercizio dello sguardo, del proprio sentire, atteggiamento dello spirito in relazione all’ambiente esterno.

Roberto Carvelli dipinge con maestria le caratteristiche e le sfumature dell’occhio distaccato e poetico. Suggerisce una modalità, un atteggiamento durante il camminare. Ne traccia e ne definisce i contorni.

Allenare lo sguardo per generare racconti:

L’ho trovato un libro ricco di suggestioni, soprattutto sul camminare in città. Eh sì. Non è necessario essere in un bosco, sopra un monte oppure tra le curve di un infinito sentiero nei campi di grano. Certo, la qualità del mondo intorno aiuta molto. Ma ciò che conta ancora di più sta nello sguardo che interroga, curiosa, descrive e si appropria di ciò che incontra. E che dire poi delle nostre città? Non viviamo forse in uno dei paesi che detiene una quantità di risorse artistiche e culturali senza paragoni al mondo? E dove queste non ci fossero? Allenare lo sguardo. Non è affascinante un nido di rondini sotto il tetto di una casa di campagna? E i mattoni e le crepe di quella pieve diroccata a poche centinaia di metri da casa? Oppure gli scheletri delle fabbriche a fare da sfondo all’edilizia popolare della periferia? Quante storie questi scorci possono raccontare! Non c’è della bellezza anche nella decadenza, nei binari della ferrovia, in un murales, in un vicolo buio? Allenare lo sguardo per generare racconti, creare bellezza, suscitare emozioni dentro di sé. Il camminare svagati, senza meta, aiuta. Anche in città. Anche in periferia. Questa è flanerie, ovvero l’arte di andare a passeggio.

L’attenzione allo sguardo e all’atteggiamento durante il camminare è importante. Si cammina anche per spostarsi da un luogo ad un altro. Spesso lo si fa distrattamente. Ci si reca al lavoro, al supermercato, al cinema. Si cammina sempre e comunque. E’ lo spirito con cui si compiono i passi a fare la differenza. Lo spirito. Penso ai cammini lunghi, quelli che durano settimane o mesi, quelli in cui ci si sente immersi nell’ambiente, parte integrante del mondo che si incontra. Quelli in cui lo spirito del luogo risuona in sé stessi. Cammini lunghi che diventano esperienze spirituali in questo senso. La religione non c’entra. Certo, non sempre questa comunione con l’esterno accade. Dipende appunto dallo sguardo, dall’atteggiamento di curiosità disposto a stupirsi ancora, aperto e accogliente verso ciò che incontra, pronto ad ascoltare e a raccontare storie. Uno spirito che evidentemente non appartiene a tutti i passi che percorrono un cammino. Difficile trovarlo nelle imprese sportive, nei trekking e nei gruppi organizzati. Più difficile ancora rintracciarlo nei passi distratti del selfismo compulsivo. E’ un’attitudine che accompagna più spesso chi cammina solo, profondamente insieme a sé. In città, in un bosco, ovunque sia.

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